“Ho un’ernia del disco”. È una delle frasi che più spesso sentiamo quando una persona arriva in fisioterapia dopo aver eseguito una risonanza magnetica. Ma avere un’ernia, una protrusione o una degenerazione del disco significa necessariamente avere dolore? Non sempre.
La Risonanza mi preoccupa, cosa posso fare?
La risonanza magnetica è uno strumento estremamente utile ma mostra soprattutto la struttura anatomica della colonna, non quanto quella struttura sia responsabile dei sintomi.
Una revisione sistematica condotta su oltre 3.000 persone senza dolore ha evidenziato come alterazioni discali siano molto frequenti anche in soggetti completamente asintomatici: la presenza di una protrusione discale, ad esempio, aumenta con l’età e può essere riscontrata anche in persone che non presentano alcun disturbo. Questo significa che un reperto alla risonanza deve essere sempre interpretato insieme alla storia clinica e all'esame obiettivo, non considerato isolatamente.
Questo non significa che un’ernia del disco non possa provocare dolore. In alcuni casi il materiale discale può entrare in rapporto con una radice nervosa e contribuire a sintomi come dolore irradiato lungo l’arto inferiore, formicolii, alterazioni della sensibilità o, nei casi più importanti, deficit di forza. Il punto è che l'immagine e i sintomi devono essere coerenti tra loro.
Anche la relazione tra alterazioni alla risonanza e dolore lombare non è semplicemente “più è grave l’immagine, più fa male”. Le alterazioni degenerative sono infatti più frequenti nelle persone con lombalgia rispetto ai controlli asintomatici, ma sono comunque presenti in una quota significativa di persone che non hanno dolore. Per questo motivo, il risultato della risonanza dovrebbe essere considerato come un elemento dell'inquadramento clinico, non come una diagnosi completa.
Una meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha analizzato 31 studi e oltre 2.200 pazienti trattati conservativamente, ha stimato una probabilità complessiva di riassorbimento del materiale erniato di circa 70%. La probabilità era particolarmente elevata nelle ernie espulse o sequestrate, mentre risultava molto più bassa nelle semplici protrusioni e nei bulging. L’articolo è disponibile su PubMed: The incidence of spontaneous resorption of lumbar disc herniation: a systematic review and meta-analysis.
Una precedente systematic review aveva trovato risultati simili, evidenziando una probabilità di regressione radiologica del 96% nelle ernie sequestrate, 70% nelle estrusioni, 41% nelle protrusioni e 13% nei bulging. Anche questo articolo è disponibile su PubMed: The probability of spontaneous regression of lumbar disc herniation: a systematic review.
Questo non significa che ogni ernia “sparisca” né che la scomparsa dell’alterazione alla risonanza sia necessaria per stare meglio. Significa piuttosto che la presenza di un’ernia non equivale necessariamente a un danno permanente e progressivo.
Un’immagine può mostrarci come appare la colonna, mentre la valutazione clinica ci aiuta a capire come quella colonna si comporta e quanto ciò che vediamo sia realmente rilevante per quella persona.
Per questo, davanti a una diagnosi di ernia del disco, l'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente “far sparire l’ernia”, ma comprendere i sintomi, individuare i fattori che li influenzano e recuperare progressivamente movimento, forza e capacità funzionale.
Se il mal di schiena o i sintomi irradiati persistono, una valutazione da parte di un fisioterapista a Como può aiutare a interpretare il quadro clinico e impostare un percorso riabilitativo personalizzato.
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